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Far luce, gettar luce. Espressioni che stanno all’origine di una metafora della conoscenza come visione

Il pur modesto sforzo – soprattutto per risorse e mezzi disponibili – sin dal nascere di questa impresa editoriale ha come scopo chiaro e definito proprio questo senso: gettar luce, una luce di certo parziale, una lichtung, verrebbe da dire, assecondando l’eredità linguistica di una certa tradizione ermeneutica, senza precisa distinzione tra campi del sapere. In questo si vorrebbe imitare i grandi editori presenti e passati, quelli che non hanno confini precisi e la cui divisione in collane è utile a classificare, ma non necessariamente a catalogare. Le tassonomie sono utili a dare ordine al mondo, a offrire un’economia cognitiva, ma bisognerebbe sempre essere capaci di guardare oltre, al di là delle etichette, verso i contenuti.

La luce è inevitabilmente parziale, in almeno due sensi. Il primo, forse il più ovvio, proseguendo lungo il cammino di questa analogia, ha a che fare con l’intensità e i contenuti: le conoscenze per quanto approfondite, saranno sempre parziali e questo comporta una “luminosità”, la cui intensità può variare.

Il secondo è relativo alla forma: Primo Levi sosteneva che scrivere in maniera oscura – e quindi incomprensibile – è immorale. Significa, spesso, trincerarsi dietro un linguaggio. Vorremmo evitarlo. Sempre.

Ne aggiungiamo, per concludere questa breve presentazione, un terzo che indica il punto di vista di chi porta la fiaccola. Un punto di vista che l’alchimia editoriale sdoppia nella duplicità di autore e di editore, appunto. Con l’auspicio che il punto di vista possa favorire una conoscenza di fatti avvenimenti, storie, racconti, fiabe, cronache, altrimenti destinate all’oblio del buio siderale nel quale comunque viviamo.